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METODI DI ANALISI
DINAMICA ·
METODI PROBABILISTICI ·
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SOMMARIO
Per una stima accurata della probabilità di liquefazione di un
deposito sabbioso saturo durante un terremoto attualmente
non esiste un unico modello in grado di tenere in conto tutti i fattori che
concorrono a creare le condizioni perché essa possa verificarsi. Questo è dovuto al fatto che sono troppo numerosi i parametri che
governano il fenomeno. I criteri di previsione e i metodi ci calcolo che sono stati avanzati in questi ultimi anni si
accentrano però su un numero di fattori molto più ridotto rispetto a quelli
che intervengono a guidare il fenomeno. In questo articolo
si da una breve descrizione introduttiva ai principali criteri di previsione
e metodi per la valutazione del potenziale di liquefazione. INTRODUZIONE
Secondo
la definizione data nell’Eurocodice 8, la
liquefazione denota una diminuzione di resistenza a taglio e/o di rigidezza
causata dall’aumento di pressione interstiziale in un terreno saturo non
coesivo durante lo scuotimento sismico, tale da generare deformazioni
permanenti significative o persino all’annullamento
degli sforzi efficaci nel terreno. In questo contesto,
il problema principale che si pone in fase di progettazione è la
suscettibilità alla liquefazione quando la falda freatica si trova in
prossimità della superficie, ed il terreno di fondazione comprende strati
estesi o lenti spesse di sabbie sciolte sotto falda, anche se contenenti una
frazione fine lino-argillosa. In altre parole è necessario valutare il
potenziale di liquefazione del terreno ove deve essere realizzata la
costruzione. Le
ricerche che hanno portato all’evoluzione delle conoscenze sul tipo di
parametri più significativi e alla formulazione di
metodi empirici e di analisi dinamica hanno preso avvio a partire dai
terremoti di Niigata dell’Alaska (1964). Tali studi
sono stati condotti lungo due direttrici principali: -
osservazione delle caratteristiche sismiche, geologiche e geotecniche dei siti colpiti dai
terremoti distruttivi - analisi del comportamento di provini in
prove cicliche di laboratorio in condizioni controllate. Sono
emersi così i primi criteri empirici di previsione, basati sulle
caratteristiche granulometriche e sullo stato di addensamento, cui hanno fatto seguito criteri e metodi
più raffinati e complessi capaci di tenere conto di un numero di parametri
sempre più elevato. Il
quadro dei metodi oggi disponibili è quanto mai vario e va da criteri basati
su soli dati geologici qualitativi (età del deposito, origine, stratigrafia,
profondità della falda, ecc.) a metodi di analisi
dinamica molto sofisticati, basati sulla valutazione in termini di pressione
effettive della risposta sismica locale e su prove di laboratorio molto
sofisticate e complesse. L’analisi di questi ultimi metodi, benché da
riservare alla progettazione di opere di notevole
importanza (dighe in terra, strutture off-shore, centrali nucleari, ecc.) è
di notevole interesse per comprendere i limiti dei metodi correntemente
utilizzati e per comprendere la natura dei problemi che uno studio accurato
della liquefazione può comportare. Tutti
i metodi attualmente disponibili per la valutazione
della suscettibilità alla liquefazione dei depositi possono essere suddivisi
nelle seguenti quattro categorie a crescente livello di complessità: -
Criteri empirici -
Metodi semplificati -
Metodi di analisi dinamica -
Metodi probabilistici CRITERI
EMPIRICI
Questi
criteri hanno trovato origine dalle prime osservazioni sulle caratteristiche
dei siti che sono stati interessati da fenomeni di liquefazione. In
particolare è emersa l’importanza assunta dalla granulometria,
dallo stato di addensamento e dalla pressione di confinamento. Tali criteri, che si basano su parametri
desunti da prove di identificazione o da misure
della densità relativa, ovvero da prove penetrometriche
standard, o anche su alcune caratteristiche geologiche qualitative, hanno
cercato di identificare i valori critici dei parametri fondamentali.
Generalmente si tratta di criteri molto approssimati che si limitano a
valutare la suscettibilità dei depositi, indipendentemente dalla
entità della scossa sismica che può produrre liquefazione. Tuttavia
benché molto approssimati questi criteri sono stai confermati durante i
terremoti successivi a quelli di riferimento, e per questo motivo vengono ancora utilizzati soprattutto per fini di
pianificazione. Si sottolinea comunque la loro
scarsa affidabilità quando vengono applicati in situazioni molto diverse da
quelle di origine. I più conosciuti di questi criteri sono: -
Criterio di Kishida (1969) -
Criterio di Ohsaki (1970) -
Criterio della normativa cinese (1974) -
Criterio proposto dalla normativa francese -
Criteri per la microzonazione sismica -
Criterio di Kuribayashi e Tatsuoka
(1975) METODI SEMPLIFICATI
Questi
metodi si basano sul confronto fra le sollecitazioni di taglio che producono
liquefazione e quelle indotte dal terremoto, ovvero
fra gli stati tensionali che producono liquefazione
o livelli di deformazione critici e quelli indotti dalle onde sismiche nella
loro propagazione. A tal fine richiedono la precisazione di parametri
relativi sia all’evento sismico sia al deposito, valutati questi ultimi o con
prove dinamiche di laboratorio o con prove in situ. La loro applicazione richiede quindi: -
la valutazione della resistenza del terreno agli sforzi di taglio ciclici in
condizioni non drenate, mediante correlazioni basate su prove in situ e in laboratorio -
calcolo delle sollecitazioni di taglio indotte Essi
sono basati sui concetti di rapporto tensionale
ciclico (CSR), che esprime il carico sismico, e di rapporto di
resistenza ciclica (CRR), che esprime la capacità del terreno di
resistere alla liquefazione. Il rapporto tra le due variabili, da stimare
alle diverse profondità del deposito, costituisce il coefficiente di
sicurezza rispetto alla liquefazione, consentendo pertanto di stabilire il
verificarsi o meno del fenomeno. Metodo di Seed-Idriss
Tra
i metodi semplificati il più noto è quello di Seed e Idriss (1982), basato su
una procedura semi-empirica: esso è di facile applicazione e richiede solo la
conoscenza di pochi parametri geotecnici: granulometria, numero dei colpi della prova standard SPT,
densità relativa, peso di volume. Esso prevede un confronto tra le
caratteristiche meccaniche dei terreni (valutata prevalentemente sui
risultati di prove di sito, quali la prova penetrometrica dinamica SPT, la prova penetrometrica
statica CPT, la misura della velocità delle onde di taglio VS) con
l’eventuale occorrenza nel medesimo sito del fenomeno della liquefazione, a
seguito di una sollecitazione sismica (stimata attraverso la massima
accelerazione attesa in superficie). Per la valutazione del rapporto di
resistenza ciclica CRR il metodo prevede l’utilizzo
di un abaco nel quale in ordinata è riportato il rapporto tensionale
ciclico CSR (carico sismico) e in ascissa la resistenza del terreno, stimata
mediante una delle prove in sito, tipicamente la prova SPT (Figura 1).
Figura 1
Figura 2 Il
rapporto tensionale ciclico è definito dalla
relazione:
nella quale: amax = accelerazione di picco al piano di
campagna g
= accelerazione di gravità sv = tensione totale verticale nel sottosuolo s’v = tensione efficace verticale nel
sottosuolo rd = coefficiente riduttivo dell’azione
sismica alla profondità di interesse per tenere in conto la deformabilità del
sottosuolo Nell’ipotesi
di propagazione verticale di onde sismiche di taglio
la colonna di terreno di altezza z (Figura 2A) si muove rigidamente in
direzione orizzontale. Poiché in realtà la colonna
di terreno è deformabile, lo sforzo di taglio è minore che nell’ipotesi di
corpo rigido. Seed e Idriss
hanno fornito a tal proposito i valori del coefficiente rd
in funzione della profondità in forma grafica (Figura 2B).
La curve limite della Figura 1, per diversi valori
della magnitudo M, separano i punti rappresentativi di eventi studiati per i
quali si è osservato il fenomeno della liquefazione (sopra le curve limite)
da quelli dove la liquefazione non è avvenuta (sotto le curve limite). Le curve limite rappresentano allora il luogo dei minimi
rapporti tensionali ciclici CSR necessari affinché
uno strato di terreno vada soggetto a liquefazione: esse rappresentano quindi
il luogo dei valori corrispondenti alla resistenza ciclica CRR. Benché utili per valutazioni di massima, i metodi semplificati offrono
indicazioni molto approssimate sulla resistenza dei terreni alla
liquefazione. La scoperta dell’incidenza sulla resistenza alla liquefazione
dei metodi di ricostituzione dei provini, della loro dimensione e di altri effetti secondari, sta portando però sempre più a
privilegiare i metodi basati su correlazioni della resistenza alla
liquefazione con parametri desunti da prove in situ.
Tali metodi fanno riferimento agli stati limite ultimi prescindendo dalle
deformazioni e sono impiegati generalmente per la progettazione di opere di media importanza. Il loro impiego si
giustifica quindi per la loro facilità di applicazione,
ovvero negli ambiti nei quali non sia richiesta una previsione particolarmente
accurata. METODI DI ANALISI DINAMICA
Questi
metodi richiedono la determinazione, alle diverse quote, della storia delle
sollecitazioni delle tensioni e delle deformazioni di taglio, conseguente ad
un input sismico, definito da una storia di accelerazioni
al bedrock. In particolare essi si basano su: -
valutazioni dello stato tensionale in sito prima
del terremoto atteso -
valutazioni della resistenza alla liquefazione che tengano
conto dei processi deformativi e di sviluppo delle pressioni interstiziali Lo
studio delle condizioni di stabilità del deposito richiede innanzitutto
un’analisi della risposta sismica locale
(in termini locali o effettivi) ad un dato terremoto. Le ampiezze
degli sforzi di taglio e delle deformazioni indotte dal sisma vengono quindi confrontate con quelle che provocano la
liquefazione dei terreni in prove cicliche di laboratorio sotto un numero di
cicli equivalenti alla durata del sisma. I risultati delle prove di
laboratorio sono utilizzati sia per un confronto diretto con le
sollecitazioni indotte, sia per ricavare leggi le costitutive e quelle che
regolano lo sviluppo e la dissipazione delle pressioni neutre da incorporare
nell’analisi dinamica. Tali metodi, messi a punto per la verifica di
stabilità del sottosuolo di grandi manufatti e di opere
importanti, posso essere suddivisi, a seconda del tipo di analisi condotto,
in due categorie: -
analisi in termini di pressioni totali -
analisi in termini di pressioni effettive METODI PROBABILISTICI
Costituiscono
una versione in termini probabilistici dei metodi precedenti (semplificati e di analisi dinamica) a causa delle elevate incertezze sui
valori reali che i parametri rappresentativi del moto sismico e delle
proprietà geotecniche del deposito possono assumere. A tal fine sono state
sviluppate alcune procedure probabilistiche con lo scopo di incorporare nella
stima del potenziale di liquefazione la variabilità
dei principali parametri. Questi metodi sono attualmente
utilizzati per interesse prevalentemente scientifico in ambiti molto
specialistici. Le procedure proposte possono essere raggruppate in due
categorie: -
metodi in cui la descrizione probabilistica riguarda esclusivamente i
parametri sismici - metodi in cui la descrizione probabilistica
riguarda anche i più importanti parametri geotecnici |
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